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Quando ci si innamora si sente quella piacevole pressione al centro del nostro corpo, un calore leggero ma deciso e costante, e il suo scopo sembra null'altro che farci pensare a quanto sia meravigliosa la vita.
È lì sempre, quasi a ricordarci che ogni secondo della nostra esistenza, da quel momento in avanti, dovremo pensare solo e soltanto a quell'essere perfetto che amiamo.
La fame passa, nella pancia non c’è spazio per il cibo, è già colma dell’emozione che tutti sperano prima o poi di provare.

Quando si ha paura, la pressione diventa esageratamente forte, disturbante, una morsa che sale fino al diaframma e arriva ai polmoni. Il fiato si accorcia stretto dalla mano dell’ansia che si avvinghia senza pietà attorno al collo.

Forte pressione che può aumentare ancora di più, fino a stritolare le interiora e trasformarsi in rabbia. Una sfera di calore intenso che al suo culmine prende lo slancio e schizza verso la testa, togliendo la facoltà del libero arbitrio e rivelando i lati più nascosti e bui del nostro io.

La tristezza, invece, merita un discorso a parte.

Se tutte le altre emozioni sono ben chiare e definite, solide e precise, la tristezza no.
La pressione nel centro del corpo prende la forma di un palloncino, che raggrinzito e danneggiato, si sgonfia, facendo uscire il liquido di cui era pieno.
La tristezza è scivolosa, un fluido viscido e appiccicoso che fuoriesce dal centro e si insinua in ogni angolo del corpo.

Non si riesce a contrastare, non si può fermare. Mentre compie il suo viaggio, rimane incollata alle parti che tocca. Riesce ad uscire perfino da noi. Fino ad annerire tutto quanto. Non filtra luce, non si sente un rumore. Solo buio.

Ha la forza di trascinarci nell'oscurità più nera e di riportarci alle nostre paure più profonde e ingenue. Paura di stare soli, paura di perdere, paura di non essere noi.

Non provare a sfuggire alla tristezza, le tue mani rimarranno irrimediabilmente invischiate da quel liquido viscoso mentre cerchi disperatamente di toglierlo, perché tu non vuoi che non entri più luce, non vuoi questa sensazione di perdita completa di tutto, non vuoi.
Mentre sei sfinito, vedi la tristezza che riempe la stanza e inizia ad accumularsi sul pavimento. Il liquido caldo, denso e morbido sale sopra le caviglie, le ginocchia, arriva alla vita, e senti che i movimenti più semplici sono diventati una fatica enorme.
Lentamente, diventa chiaro che non riuscirai ad uscire da quella pozza.

Alla tristezza non importa ciò che vuoi. Alla tristezza non importa nulla di niente. Lei fa ciò per cui è nata, stringerti nel suo nero abbraccio, per farti perdere ogni speranza, mentre sussurra piano all'orecchio parole che lasciano poco spazio di replica, accarezzandoti dolcemente il capo come farebbe una madre premurosa con il suo bambino.

Va tutto bene, smetti di lottare. Non sei la persona speciale che pensavi di essere, lasciati andare. Sei una persona che ha fallito con sé stessa, hai perso. Non combattere per liberarti. Accetta la tua triste vita, che si mette in fila con altre miliardi di vite perse, vuote, sbagliate. Senza nome e senza volto, che guardano dal basso e dal torbido le vite degli altri.

Quando arriva al collo e sei completamente immerso, quando ti rendi conto che quelli sono gli ultimi respiri e che sì, sta per finire così, allora chiudi lentamente gli occhi, pensando che la tua vita è questa, quella che non avresti voluto. Che tu sei questo, quello che non avresti voluto. E non c’è più niente che tu possa fare.

Sdraiato, ancora sporco da brandelli neri di tristezza, riprendi a fatica il fiato con respiri veloci.
Lei è ancora lì, che ti tende la mano. Sai che succederà di nuovo, e anche lei.

Molti sono caduti, sprofondati nell'oscurità più buia dove non c’è più speranza. Ma non tutti. Forse non tu. Forse non io. Non questa volta.

Photo by Kat J on Unsplash

I am nothing but an observer. Forever grateful to be born in the digital age. Italian based in Germany.

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